| La Gipsoteca |
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IL PERCORSO ESPOSITIVO
La Gipsoteca Giulio Monteverde nasce da donazioni e comodato, compiuti in diverse riprese da parte del Comune di Genova al Comune di Bistagno. Il nucleo dei quaranta gessi che si trovavano nello studio dello scultore fu donato dalle figlie nel 1919 al Comune di Genova e da qui, alcuni pezzi, concessi in comodato al Comune di Bistagno. Il percorso espositivo, sette sale con trenta opere, è organizzato in ordine cronologico. La prima sala si apre con l’Autoritratto eseguito nel 1917, anno della sua morte, che evidenzia, con assoluto rigore realistico i segni dell’età scavando quel volto stanco e sofferente nonostante l’estrema fierezza dell’espressione in cui è pronunciata tutta la sua personalità, a partire dal copricapo, di foggia cinquecentesca che soleva indossare al lavoro. Nella stessa sala, il Colombo giovinetto (copia del gesso del 1870) e il Fabbro del 1875: una tematica moderna, affrontata con una resa plastica vibrante e studio veristico dei particolari. Ritratto di donna e Ritratto maschile, entrambi in terracotta, datati 1874, sono stati recentemente acquistati dal Comune di Bistagno. La seconda sala è caratterizzata dalle opere che lo scultore presentò all’ Esposizione Universale di Parigi del 1878: la figura dell’Architettura della tomba Sada, il Monumento Massari, dove un angelo poggia le mani sul guanciale che sostiene il capo della salma, attenendosi alla tesi cristiana del fido custode in vita, che accompagna il defunto, vegliandolo verso l’aldilà. Sempre nel 1878 Monteverde riceve la committenza per il Monumento funerario Gallenga Stuart, in ricordo di alcuni membri della famiglia sterminati dalla difterite. Frutto della partecipazione dell’artista all’Esposizione parigina, sarà la committenza -da parte di Alessandro Rossi, industriale della Lanerossi- per il monumento al Tessitore. La terza sala è interamente dedicata ai gessi per il Monumento a Vincenzo Bellini. La visita prosegue con la sala destinata alle opere a carattere religioso, oltre al Crocifisso, il modello per la Madonna con Bambino. Poi le opere dei primi anni ’80: il monumento funerario a Giacomo Medici del Vascello e alla marchesa La Gandara, il marmo si trova nel Cimitero di Isidro a Madrid. Ancora un angelo, il più noto, forse il più bello e seducente della produzione cimiteriale monteverdiana, per la tomba Oneto del Cimitero di Staglieno a Genova. Una creatura androgina, dalle forme sensuali, in piedi, appoggiata al sarcofago. L’estrema semplicità della sagoma e della posa ne fa risaltare, per contrasto, il fascino procace delle forme, mentre tiene le braccia incrociate e raccolte sul petto, con un gesto tipicamente femminile. Questa scultura rappresenta una vera e propria posizione di cesura nel passaggio da una visione positivistica della morte, che trova nel realismo la sua traduzione iconografica più confacente, verso una visione spiritualizzante incanalata ormai nell’atmosfera del decadentismo simbolista. L’Angelo della resurrezione e l’Angelo con Ghirlanda accolgono i visitatori nella sesta sala del Museo che conserva anche lo splendido gruppo del Dramma eterno del 1891, con le due figure che rappresentano la “Vita” e la “Morte”. Quest’ultima è identificata nel suo aspetto scheletrico, ricoperta da un lungo e ampio lenzuolo, che lascia intuire l’ossatura sottostante; essa afferra al polso e al fianco la “Vita” raffigurata da una magnifica fanciulla dal corpo nudo, che tenta di liberarsi dall’abbraccio mortale. Al centro della medesima sala, il gruppo simbolista Idealità e materialismo, presentato con il titolo L’anima in alto! alla Esposizione Internazionale di Belle Arti di Napoli del 1911. Nell’ultima sala il motivo dominante è il rapporto dell’artista con i Savoia, con i grandi frammenti del modello per la statua equestre di Bologna dedicata a Vittorio Emanuele II. Il gesso, un materiale prezioso Le gipsoteche, come dice il nome stesso che deriva dal latino gypsum e significa gesso, sono raccolte di sculture in gesso. In alcuni casi si tratta di calchi, spesso ricavati da opere dell’arte classica, o ancora dalla grande tradizione del Rinascimento italiano. In questi casi esercitano un ruolo prevalentemente didattico: si utilizzano come modelli per gli studenti che le copiano, nelle accademie di belle arti, licei artistici, scuole d’arte. Sono invece esemplari originali, eseguiti spesso direttamente dall’artista, quelli delle cinque importanti Gipsoteche piemontesi: Gipsoteca Giulio Monteverde di Bistagno (Al.), Gipsoteca Leonardo Bistolfi di Casale Monferrato (Al.), Gipsoteca Pietro della Vedova di Rima S. Giuseppe (Vc.), Gipsoteca Davide Calandra di Savigliano (Cn.), Gipsoteca Paolo Troubetzkoy di Verbania. È solo da pochi anni che si è dato conto del grande valore delle opere in gesso, in particolare quelle degli artisti dell’Ottocento e del primo Novecento, autori di statue monumentali, che richiedono quindi grandi spazi per la loro esposizione, sopratutto se si pensa che erano state spesso erroneamente considerate calchi di prodotti finiti in materia più nobile. Perciò questo materiale è andato in parte distrutto o collocato in ambienti inadatti, ad esempio depositi che non rispettavano le condizioni di temperatura e umidità necessari ad una buona conservazione. La scarsa attenzione nei confronti di queste opere è forse da imputare alla limitata dimestichezza con l’iter necessario alla nascita di una scultura: all’inizio veniva realizzato il bozzetto, in argilla o plastilina, abitualmente in piccole dimensioni; soltanto l’argilla (o creta) cotta in forno acquista durezza: è la cosiddetta terracotta che conserva ogni minima impronta ricevuta nella modellazione dallo scultore. Ma il processo di cottura è rischioso per la possibilità del formarsi di fessurazioni e la terracotta risulta materiale molto pesante. Perciò il bozzetto appena finito veniva fatto “formare” da un artigiano e poi riprodotto in gesso in una o più copie. Queste prime copie conservano la suggestione della plasmazione dell’artista, in maggior misura rispetto alle versioni in bronzo o marmo, spesso eseguite da maestranze specializzate: per il marmo da quelle presenti negli studi carraresi, per il bronzo dai fonditori specializzati. Considerazioni analoghe si devono fare per i modelli in gesso che sono l’opera nelle dimensioni definitive, pattuite con la committenza. Per i monumenti i modelli erano a volte più d’uno, quello in gesso definitivo veniva affidato agli artigiani qualificati e preso in riferimento per impostare una intelaiatura di travetti lignei costituente “l’anima cava” del modello, sulla quale si disponevano poi dei teli di iuta ingessati e strati di gesso per ottenere delle forme e delle masse corrispondenti a quelle del bozzetto, ingrandite in proporzione. “Di qui iniziava nuovamente il lavoro dello scultore per modellare nel gesso ogni parte del monumento, per definire, talvolta rifare o persino mutare, incidendo o scolpendo o scalpellando o plasmando, aggiungendo nuova materia” (1). (1) Cfr. G. MAZZA, C.E. SPANTIGATI, L’ordinamento della Gipsoteca, in G. MAZZA (a cura di), La Gipsoteca Leonardo Bistolfi, Casale Monferrato, 2001, pp. 53, 54. |



